Introduzione. La filosofia del risorgimento.
Tutto un dolor mi spira,.
tutto un piacer mi d.
        (G. Leopardi, Il risorgimento, versi 95-96).

 La filosofia occidentale  nata con il principio di non
contraddizione, espresso nella formula eleatica L'Essere , il
Non-essere non . Questo principio  sembrato per decine di
secoli adeguato a descrivere sia la struttura della realt sia una
legge fondamentale del pensiero umano:  impossibile che
contemporaneamente una cosa esista e non esista, che un giudizio
sia nello stesso momento vero e falso. Platone, filosofo-poeta
dell'antichit, aveva attentato gravemente a questo principio,
fino a meritare l'accusa di parricidio nei confronti di
Parmenide: con la dialettica della partecipazione poteva
sostenere che una medesima cosa  e non  (un albero  un albero e
non  un uomo). Eraclito, saggio sensibile alle influenze
dell'Oriente, gi prima di Platone aveva affermato che i contrari
convivono: siamo nello stesso momento giovani e vecchi, la stessa
strada  in salita e in discesa, perfino la morte e la vita sono
la stessa cosa (come sostiene anche Leopardi alla fine del Dialogo
della Natura e di un Islandese: con la precisazione non
irrilevante che la vita  per i leoni e la morte  per
l'Islandese).
Odi et amo, Ti odio e ti amo, scrive Catullo: e sembra il
riconoscimento e l'accettazione massima della contraddizione, ma
odio e amore - seppure contrari - sono entrambi qualcosa, come il
nascere e il morire di Eraclito e l'albero e l'uomo di Platone.
In Et moderna Pascal ha insistito nel fondere lo spirito di
geometria con lo spirito di finezza, le ragioni della mente con le
ragioni del cuore, per rendere visibile alla prima ci che 
visibile soltanto al secondo; e viceversa. Kant si trova di fronte
alla contraddizione insanabile fra le idee relative al mondo,
all'anima e a Dio (le celebri antinomie) e, data l'impossibilit
dell'Intelletto (Verstand) di fornire una soluzione logica e
scientificamente accettabile,  costretto a offrire alla Ragione
(Vernunft) l'incarico della soluzione della contraddizione.
Hegel e Marx hanno fatto della contraddizione la sorgente della
vita, il motore della storia: la negazione del Nulla diventa
radicale e assoluta perch proprio il Nulla (la negazione,
l'antitesi, il Non-essere, il proletariato)  l'artefice del
permanere dell'Essere e del suo svolgersi nella storia.
Il rifiuto del Nulla - che domina la cultura dell'Occidente da
Parmenide in poi - ha portato a confondere il divenire con l'
Essere: alcuni considerano Essere ci che altri reputano
Nulla, ma nessuno accetta la coesistenza, sullo stesso piano, di
Essere e di Nulla.
Per Leopardi - come per Nietzsche - la vita e la morte (l'Essere e
il Nulla) coesistono, ma non come due forme di Essere, bens
come Essere e come Nulla. La contraddizione  insanabile: non
esiste alcuna dialettica che possa trasformare il Nulla in
qualcosa. E il destino dell'uomo  l'eterno Nulla. Questo ci ha
insegnato la filosofia (vedi Frammento sul suicidio). Ma la
filosofia ci ha insegnato anche che ci che  nulla per l'uomo non
necessariamente  nulla per il Tutto, per l'Universo e per la
Natura.

In un angolo remoto dell'Universo scintillante e diffuso
attraverso infiniti sistemi solari c'era una volta un astro, su
cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto
pi tracotante e pi menzognero della storia del mondo: ma tutto
ci dur solamente un minuto. Dopo pochi respiri della natura, la
stella si irrigid e gli animali intelligenti dovettero morire.
(F. Nietzsche, Su verit e menzogna in senso extramorale).

Il punto di vista di Leopardi  drammaticamente,
materialisticamente, realisticamente umano (o troppo umano):
all'indifferenza della Natura nei confronti dell'uomo non pu che
opporsi l'indifferenza dell'uomo di fronte alla eternit e alla
infinit della Natura: egli sente in s il bisogno pressante di
infinito, perch sa dell'infinito che lo circonda, ma sa anche che
esso non gli appartiene, che anzi gli  totalmente estraneo e
ostile, perch la vita eterna della Natura si ciba della sua morte
e di una miriade di altre morti (lettura 15).
Per chi  convinto - come il materialista Leopardi - che
l'eternit del ciclo nascita-morte  l'unica eternit pensabile e
possibile,  inevitabile l'angoscia per la certezza di essere
destinati al Nulla: l'uomo annaspa nel gorgo che lo trascina
all'annullamento, cercando di afferrare un infinito ripieno di
Essere; ma l'aspirazione all'Essere infinito (e all'essere
infinito)  condannata alla frustrazione: l'uomo pu pensare
l'infinito, ma non pu raggiungerlo.
Se vuole l'infinito lo deve costruire con le sue mani, o, meglio,
con il suo pensiero. Ma sar sempre una sua costruzione, una sua
illusione.
L'illusione, quindi,  l'unica nostra possibilit di sconfiggere
il Nulla: ma in ogni istante il Nulla si ripresenta nella sua
forma reale di morte. La morte - come abbiamo gi detto -
nell'economia generale della Natura non  nulla (non 
significante, non esiste): essa  Nulla per l'uomo ed
esclusivamente per l'uomo. E l'uomo non potr mai liberarsi di
essa (letture 17 e 18).
L'illusione e l'arte sono le uniche armi che la Natura - per
grazia certamente involontaria - ci ha concesso per difenderci
dal Nulla (vedi lettura 16).
Per millenni la capacit di produrre illusioni  stata usata dagli
uomini in maniera inconsapevole: l'illusione si  sovrapposta alla
realt e si  sostituita ad essa. E' il caso degli antichi miti,
delle Favole antiche (vedi lettura 21), e delle religioni che
hanno prospettato la felicit di una vita eterna. Soltanto
l'incapacit di distinguere il reale dall'illusorio ha garantito
la liberazione dall'angoscia e dal Nulla.
La filosofia, che smascherando progressivamente le illusioni ha
reso impossibile dimenticare la condizione reale dell'uomo, il
suo esistere per la morte, non  stata capace di supplire alla
funzione consolatoria del mito. Naturalmente molte filosofie sono
state consolatorie: ultima quella idealista, che colloca l'uomo
all'interno dell'eternit dell'Essere, ma anche quella illuminista
che ingenera nell'uomo una infondata fiducia nel progresso e la
presunzione di potere dominare la Natura, sostituendo alle antiche
nuove favole:
.
che te [prole dell'uomo, umanit] signora e fine.
credi tu data al Tutto, e quante volte.
favoleggiar ti piacque, in questo oscuro.
granel di sabbia, il qual di terra ha nome.
     (La ginestra, versi l88-l9l)

Alcuni uomini - gli artisti quando non rifuggono la filosofia -
hanno affinato la loro capacit di costruire illusioni.
L'artista pu trarre dalla conoscenza fornita dalla filosofia la
forza per la costruzione volontaria e consapevole di un nuovo tipo
di illusione, attraverso la quale farsi artefice della propria
liberazione dal dolore e dal Nulla. La consapevolezza, quindi, 
un elemento ineliminabile per il poeta-filosofo: guai se pensasse
di dare espressione a un eterno e a un Assoluto che sono fuori di
lui! Sarebbe ancora una volta idealismo. E Leopardi, invece,
ricordiamolo,  un materialista.
La felicit dei giovani e della gente semplice del villaggio
impone a Leopardi un distacco totale, ma solo per cercare di
ricreare consapevolmente l'illusione che d la felicit; una
felicit che non  sogno, ma una possibilit concreta per l'uomo:.

Lice, lice al mortal, non  gi sogno.
come stimai gran tempo, ahi lice in terra.
provar felicit.
     (Consalvo, versi l23-l25)

L'illusione che propone Leopardi non  una finzione che nasce,
vive e muore nella mente senza alcun contatto con la realt: 
finzione in senso etimologico (produzione materiale) nella quale
il pensiero usa come creta per i suoi prodotti gli oggetti reali
che lo circondano. E come tutti gli enti reali, l'illusione (il
caro immaginar)  caduca; e tuttavia essa  la pi grande
virt che la Natura abbia dato all'uomo:
.
 ... Ben mille volte.
fortunato colui che la caduca.
virt del caro immaginar non perde.
per volger d'anni; a cui serbare eterna.
la giovent del cor diedero i fati;
che nella ferma e nella stanca etade,.
cos come solea nell'et verde,.
in suo chiuso pensier natura abbella,.
morte, deserto avivva. ....
    (Al Conte Carlo Pepoli, versi ll0-ll8)

Ma Leopardi  ostinatamente realista: ha scoperto lo strumento con
il quale l'uomo (o almeno il poeta) pu essere felice, eppure si
rifiuta di usarlo, se non con parsimonia. Si costruisce l'
infinito nel quale gli  dolce naufragare, ma torna di continuo al
di qua della siepe; riesce ad avvivare la morte, ma
continuamente si ricorda e ci ricorda la realt della morte. Il
suo realismo  cos una forma di pessimismo: la filosofia sembra
essere pi forte della poesia. E la filosofia sa che l'uomo 
destinato al Nulla e che, quindi,  nulla rispetto al Tutto eterno
della Natura. Anche se la Natura, per il fatto di essere
assolutamente inconsapevole e indifferente,  nulla rispetto
all'uomo@#@#..i
